I racconti di Nené di Andrea Camilleri

Exif_JPEG_420

«Chiesi a Sciascia di venire a prendere un caffè con me:
“Leonardo, ti do questi documenti, per favore scrivici sopra qualcosa”.
Lui aveva cominciato a collaborare con la Sellerio. Dopo una settimana mi chiese di venire a trovarmi a casa.
“È importantissimo questo documento, ma perché vuoi che ne scriva io?”
“Per un motivo molto semplice, perché tu hai già scritto cose di questo tipo.”
“Ma perché non lo scrivi tu?”
“Perché, come lo scrivi tu, io non saprei scriverlo.”
“Ma perché lo vuoi scrivere come lo scriverei io, scrivilo come lo scriveresti tu.”
“Sì vabbè, Leonardo, ma dopo che l’ho scritto a chi lo diamo?”
“Ti presento Elvira Sellerio.”
Io scrissi La strage dimenticata, a lui piacque, scrisse il risvolto di copertina e mi presentò Elvira Sellerio.»

Il piccolo Andrea cresce a Porto Empedocle, Sicilia, in un’Italia che si sta pian piano fascistizzando. Dopo un’infanzia all’insegna del mito di Mussolini e dell’impero che anacronisticamente vuol riportare in vita, il giovane Balilla si rende conto di cosa sia realmente il Fascismo. La sua visione della realtà ne risulta stravolta, tingendosi di rosso. Una volta terminati i suoi studi liceali, pensa bene di accettare la borsa di studio e di trasferirsi a Roma per studiare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Un’esperienza formativa unica che lo introdurrà a tutti gli effetti nel mondo del teatro, poi della radio e della televisione. Tante saranno le persone che nel corso della sua vita incontrerà, tutte importanti e determinanti per la sua vita pubblica e privata.

Questa raccolta di memorabili racconti camilleriani (potrebbe andare?) è opera di Francesco Anzalone (suo allievo e collega) e Giorgio Santelli (audace diffusore culturale), già curatori de I ‘cunti ‘i Nené, trasmessi da RaiSat Extra qualche anno fa. Questi racconti sono preziosi gioielli, custodi dell’essenza del signor Camilleri. Pagina dopo pagina, la sua figura mi appare sempre più affascinante e brillante. Benché sia divenuto popolare solamente con la pubblicazione delle storie del commissario Montalbano, egli ha avuto, in realtà, una carriera degna di nota: regista di teatro, cronista radiofonico, insegnante, produttore e regista televisivo. Una vita piena, soddisfacente e ricca di colpi di scena.
Mi hanno colpito molto i racconti sullo sbarco degli alleati in Sicilia e di come questi abbiano determinato una significativa ascesa al potere locale della mafia. Mi hanno colpito perché, mea culpa, non ne ero a conoscenza. Ho letto il libro tutto d’un fiato domenica pomeriggio.. caso vuole che proprio quella sera RaiMovie decidesse di mandare in onda In guerra per amore, uno degli splendidi film di Pif. Ho avuto modo, così, di approfondire le poche nozioni apprese nel pomeriggio. Il caso.
Tirando le somme, consiglio questo libro ai consolidati amanti della letteratura camilleriana (persevero ahaha) sia a coloro che poco sanno di lui e/o hanno letto di suo. È impossibile non rimanere ammaliati da un uomo di così raro spessore intellettuale ed umano. Indimenticabile, signor Camilleri.

Federica Vurro

Annunci

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

Exif_JPEG_420

Sei persone normali, in apparenza nel pieno dominio di sé e normali. 

Ma… internamente? I più diversi pensiero correvano intorno alla tavola come scoiattoli in gabbia…
“Chi sarà il prossimo? Chi? Chi? E come?…”
“La cosa riuscirà? Non lo so. Ma vale la pena tentare. Se si è ancora in tempo. Dio mio, se si è ancora in tempo…”
“Mania religiosa, questo è il punto… Ma, a guardarla, non lo si crederebbe. Se mi sbagliassi…”
“È una pazzia… è tutta una pazzia. Io ci perdo la testa. Lana che scompare… le tendine di seta rossa… inspiegabile. Non riesco ad afferrare il nesso…”
“Quell’imbecille si è bevuto ogni parola che gli ho detto. È stato facile. Ma devo fare attenzione, molta attenzione.”
“Sei statuine di porcellana… Soltanto sei. Quante ce ne saranno stasera…?”
«Chi prende l’ultimo uovo?»
«Marmellata?»
«Grazie, vuole il prosciutto?»
Sei persone, che si comportavano in modo perfettamente normale.

Fine anni ’30, direzione Nigger Island: dieci persone senza alcun legame tra loro, ricevono ermetici inviti da un certo U.N. Owen e da sua moglie U.N. Owen. Offerte di lavoro o rimpratriate sono alcune delle ragioni di tali inaspettate proposte.
Una volta giunti alla villa dei signori Owen (unico edificio sull’isola dalle fattezze simili a quelle della testa di un africano), ad accogliere il variegato gruppo di ospiti ci sono solo i due domestici, i coniugi Thomas ed Ethel Rogers, dall’aspetto quanto mai inquietante. Dei fautori di questa riunione non vi è traccia.
Alla lugubre coppia, si uniscono così: il giovane Anthony Marston, il generale John Macarthur, l’anziana donna di chiesa Emily Brent, il giudice Lawrence Wargrave, il poliziotto William Blore, il medico Edward Armstrong, il soldato Philip Lombard e l’insegnante di ginnastica Vera Claythorne. Gente perbene, carriere brillanti e con una condotta di vita impeccabile.. almeno così sembra.
In ognuna delle loro stanze è affissa alle pareti una filastrocca che narra del destino di dieci piccoli negretti. Gli stessi, casualmente, riprodotti in statuine di porcellana e disposti ordinatamente nelle salone. Ed qui, mentre attendono la cena, intenti a conoscersi meglio, che odono una voce altisonante, severa ed accusatrice che zittisce tutti.
Panico e sospetto si insinuano tra i presenti. Sin da subito avrà inizio un’escalation di eventi terrificanti ed incredibili che sembra ispirarsi con crudele fedeltà alla poesia che troneggia in ognuna delle camere.

Il giallo dei gialli, indubbiamente il più conosciuto della regina Christie, è sapientemente architettato per non permettere (ad una dilettante del genere come me) di carpire, fino alla fine, chi sia l’assassino e le sue ragioni. Sospetto e terrore febbrile si impossessano dei protagonisti. Inutile precisare che la necessità di portare a termine la lettura per conoscere chi ci fosse dietro a tutto ciò, è stata irrefrenabile. Inutile precisare che la conclusione mi abbia spiazzata (non ci sarei mai arrivata, benché la signora Christie abbia disseminato qualche indizio qua e là). Inutile precisare che sia un classico da leggere.

Federica Vurro

Un film per ogni emozione di Michele Ricchiero

Screenshot_2019-08-27-15-04-17

«ESTRANIARSI

IL FAVOLOSO MONDO DI AMÉLIE

ll favoloso mondo di Amélie è stravagante e variopinto, tanto da rendere questo film e questa storia unici. Spiccano la capacità di cogliere, di osservare la vita e i dettagli di essa, così amabilmente trascurabili. Spicca e si distingue uno stile del racconto filmico. La giovane Amélie (Audrey Tautou) vorrebbe salvare tutti, sentirsi bene donando felicità, e così attorno a lei si dipana un corteo di personaggi strampalati e caratterizzati nella caricatura delle loro piccole grandi manie o difetti. Allo stesso modo, la storia d’amore di Amélie è il frutto dell’incontro di due sensibilità insolite ma non per questo condannate alla solitudine. Il confezionamento della scrittura, sfuma ed esalta tutto questo: la musica che ci accompagna per mano e l’uso ponderato dei colori, a pennellate monocrome sulla celluloide.»

Un film per ogni emozione, come ci suggerisce il titolo, non è un semplice prontuario filmico. L’autore, Michele Ricchiero, è un esperto di linguaggio cinematografico e creatore del sito Pills of movies, da lui definito una farmacia cinematografica. L’originalità della sua idea sta nell’accostare l’emozione che in quel momento noi vorremmo provare con il film più adatto, che possa avere rapidamente e con più efficacia gli effetti sperati, una vera e propria cinematerapia! Questo bel progetto lo ha così condotto alla stesura di questa raccolta di film-emozioni (ben centouno).
Pagina dopo pagina mi sono accorta, purtroppo, di quanti film non ho ancora visto e, quindi, quante di queste emozioni non ho avuto la (s)fortuna di provare. Un esempio è “Little Miss Sunshine” da prescrivere per chi vuole accettarsi, oppure “Thelma & Louise” per chi vorrebbe emanciparsi, “Avatar” (lo so, lo so, sono l’unica forse a non averlo visto!) per meravigliarsi, et cetera et cetera. Tanti, troppi film da recuperare. Anche per provare (a volte potrebbe far bene, chissà), emozioni non per forza positive come attendere (“Nodo alla gola”), fallire (“Ricomincio da capo”), conformarsi (“Zelig”). Mi ha fatto sorridere poi l’accostamento di “Harry, ti presento Sally” all’attualissimo friendzonare, e rockeggiare con “The blues brothers”.

Questo libro è utile non solo per una lettura personale, ma per poter prontamente consigliare un amico o un parente in cerca di una visione che possa rispondere sapientemente alle sue richieste. E per sentirci, poco poco, validi dispensatori di questa piccola farmacia cinematografica.

Federica Vurro

Di Domenica di Maurizio Macaluso

Exif_JPEG_420

«Tommaso parlava a ruota libera. Mi piaceva stare ad ascoltarlo. Poi, non so come avvenne, forse per effetto dell’alcol, forse perché lo volevamo entrambi, finimmo a letto insieme. La mattina seguente quando mi risvegliai e lo vidi accanto a me, mi venne un colpo. Non ero mai stato con un uomo. Ero stato educato in un certo modo. Mi era stato sempre detto che i maschi devono stare con le femmine. Mi rivestii e scappai via. Presi il primo pullman e tornai a casa. Ero confuso. Ero stato bene con Tommaso. Mi sentivo però sporco.»

Agli albori degli anni Settanta, in una Sicilia che ne dimostra molti di meno, vive Alfonso Patanè, un grigio impiegato comunale. Vedovo da un po’ di anni, convive con la madre e conduce da sempre una vita impeccabile, da tutti conosciuto e rispettato. Come ogni domenica si reca al cimitero per omaggiare la sua defunta moglie, Margherita. Solitamente schivo e riservato, quel giorno è incuriosito da un giovane uomo che piange sulla tomba di una ragazza. È catturato dai suoi occhi azzurri e grandi che lo inducono a restare e ad intrattenersi più del dovuto in sua compagnia. L’anno prima, la ragazza amata da Andrea si era tolta la vita, poiché la famiglia era contraria al loro amore. Si sente solo e vuoto, così come lo è Alfonso. Nelle domeniche successive, a quella che si può definire un punto di non ritorno, un’epifania nella vita piatta e triste del signor Patanè, egli pensa bene di saltare la Messa settimanale per poter arrivare prima al cimitero ed imbattersi nel suo nuovo amico. L’entrata di Andrea nella sua vita gli dona una voglia di vivere incredibile, mai provata prima. Un’ondata di energia e passione, da sempre nascoste nel più profondo animo di Alfonso Patanè. Un insolito coraggio attraversa ogni parte del suo essere: sembra essere arrivata, finalmente, l’ora di vivere e non più fingere di farlo. Questi mutamenti nella sua esistenza non passano inosservati agli occhi di sua madre Anna, da sempre distaccata ed ostile al figlio. Non passano inosservati nemmeno agli occhi dei suoi compaesani, come la sua bella e sciocca segretaria Maria Palermo e al guardiano del cimitero, suo fratello Ciccio. San Calogero è un paesello del palermitano, un paese “di pecoroni” a dire di Alfonso, che presto renderanno la sua vera vita un’odissea.

Il romanzo di Maurizio Macaluso è la cronaca di uno scandalo a tutti gli effetti, dalle tinte noir e dal finale inaspettato. Il protagonista di tale indecenza è un insospettabile, forse per questo oggetto di così tanta curiosità. San Calogero è vittima di quell’incantesimo che sembra colpire i piccoli paesi: l’arretratezza e la chiusura culturale e sociale che non concepiscono la diversità e tutto ciò che non rientra nella norma condivisa e sostenuta dai più. Ho interpretato questo racconto sia come una denuncia al sistema sbagliato che tormenta chi canta fuori dal coro, sia un tenace inno all’amore, quello privo di qualsiasi costruzione mentale, quello cieco e disperato. Benché la vicenda sia ambientata nell’anno di uscita in Italia del Padrino, quindi quasi cinquant’anni fa, ritengo che, ad oggi, non si sia ancora giunti a far sì che tali situazioni non siano più evidenziate a grandi linee con il color giallo limone. Non sarebbe più bello utilizzare tutti i colori che l’arcobaleno ci offre per poter dipingere la nostra realtà? 🌈

Federica Vurro

Oltre il cielo di Instabul di Marinella Tumino

IMG_20190810_132237.jpg

«A Greta piaceva la pioggia, il suo odore, il suo battito cadenzato. Le piaceva ascoltarla sotto le coperte nel dormiveglia, sentire quel ticchettio sommesso e le grondaie rumoreggiare. Non era mai banale la prima goccia, sostenuta poi dalle sue sorelle che mormoravano, sospiravano, raccontando storie infinite. Quando pioveva, sentiva il profumo del cielo, divenuto grande distesa grigia che ovattava tutta l’atmosfera. Amava immedesimarsi in una di quelle tante gocce, piccole perle che scivolavano giù a rigare i vetri, mentre la luce del sole ritornava a far capolino tra le nuvole.»

A Greta, giovane professoressa di Lettere siciliana, viene offerta l’opportunità di sostituire una collega nel liceo italiano di Istanbul, per un anno almeno. L’idea di poter vivere in una metropoli così affascinante e ricca di Storia la elettrizza e una volta giunta a Costantinopoli, la nostalgia per la sua famiglia lascia il posto ad un’impaziente voglia di vivere la città. L’accoglie una coppia di amici italiani, Andrea e Giulia, che la fanno presto sentire come se fosse a casa sua. Tanti sono, secondo la professoressa, i punti in comune tra la sfavillante Istanbul e l’agrodolce isola del Mediterraneo. Anche il professore di Turco, Atan, si presta volentieri ad accompagnarla alla scoperta delle meraviglie che la sua città ha da offrire: la Moschea Blu; la chiesa di Santa Sofia; Palazzo Topkapi; la Torre di Galata etc etc. I primi mesi trascoronno così: tra le lezioni di Letteratura e Storia con alunni sempre più motivati e coinvolti; e le magiche escursioni con il bello e colto Atan. Tutto il tempo passato assieme, permette loro di conoscersi meglio, di conoscersi nel profondo e lega sempre più i due amici che senza volerlo iniziano a nutrire un forte sentimento reciproco. Un sentimento che si fa chiaro nel corso delle festività natalizie, con l’arrivo della famiglia di Greta ad Instabul; ma soprattutto quando Greta sarà costretta a tornare in Italia. In quell’occasione, le emozioni tenute a freno per tutto quel tempo inizieranno a fluire liberamente e con una forza, senza più alcuna paura.
Nel corso dei mesi a venire Greta sarà travolta da situazioni inaspettate e dolorose, che la porteranno a mettere in discussione se stessa e i suoi valori. Indubbiamente, però, questa sua esperienza ad Istanbul (unica possibile capitale del mondo secondo Napoleone) cambierà in modo irreversibile la sua vita.

Il romanzo della professoressa Marinella Tumino è la storia di una donna diversa dalle altre, di un amore vero, di una città unica.
Pagina dopo pagina, ho fatto la conoscenza di Greta e di tutte le sue luminose sfumature e, alla fine del libro, sapevo di aver trovato una nuova amica: a tratti simile a me, per altri un esempio a cui aspirare. Atan, dall’altra parte, è dolcissimo e buono, il principe azzurro che tutte vorremo. I loro incontri extra-scolastici ci permettono di assaporare la quotidianità di una città a metà fra il mondo occidentale e quello orientale, fra passato e presente, fra pace e guerra. Le descrizioni sapienti dell’autrice, mi hanno concesso l’opportunità di catapultarmi in quei posti per carpirne i profumi e gli odori, catturarne i colori e far mie le emozioni che solo il Viaggiare per il mondo può dare.. quasi come essere lì con loro, wow.
Non posso non fare cenno alle splendide poesie disseminate come stelle brillanti nei vari capitoli: bellissime!
Consiglio vivamente questo libro a tutti, ma soprattutto ai romantici che sovente alzano gli occhi al cielo e desiderano trovarsi altrove; ai romantici che non vogliono altro che riempiere i loro occhi di Bellezza.
Federica Vurro

Sarò Dio di Maurizio Macaluso

IMG_20190505_181112~ Sarina indossò l’abito nero e si stampò in faccia un grande sorriso. Suo marito,Giacomino, la scrutò in silenzio; neanche lui era felice all’idea di avere un figlio prete, sognava per Girolamo una vita diversa, un buon lavoro, una famiglia ma, a differenza della moglie, aveva accettato con rassegnazione la volontà di Dio. Mentre stavano uscendo sentirono una voce. Sarina si voltò e vide Margherita Russo andarle incontro.
«Oggi è il grande giorno» disse la vecchia. Osservato il volto corrucciato di Sarina la donna fece un passo indietro e chiese: «Non siete felice che oggi Girolamo diventa prete?».
«Ma che dite mai?» si schermì lei facendo un grande sorriso. ~

Padre Girolamo si trova malvolentieri a vivere nella pacifica realtà di Saint-Paul (nell’estremo Nord Italia, ai confini con la Francia), un paesello immerso nelle Alpi fin troppo tranquillo, per lo più abitato da gente di una certa età. Ha dovuto lasciare la sua terra, la Sicilia, forzatamente. Sin da piccolo, grazie alla devota madre Sarina, scopre la Chiesa e ne rimane affascinato: ai suoi occhi la vita clericale è una costante e sicura scalata verso il potere, verso la più ambita delle posizioni, quella di Dio. Le sue idee si consolidano nel tempo e più determinato che mai entra in Seminario, a dispetto del volere della madre che sogna per lui un futuro da padre di famiglia. Il giovane prete entra a far parte di un mondo subdolo e vacuo, corrotto ed immorale, al quale si adatta presto senza alcuna difficoltà. Nel corso della sua carriera, instaura un legame sentimentale con un’ingenua donna ignara della sua vera identità. Agata e il suo profondo desiderio di avere una famiglia non avrebbero potuto rappresentare, però, uno sciocco ostacolo in quel suo brillante cammino verso la meta tanto agognata. I suoi superiori, saputo dell’accaduto, sconcertati dinnanzi a tale mancanza di discrezione (!), l’hanno costretto a scegliere: abbandonare per sempre l’abito talare o lasciare la sua terra natìa per Saint-Paul.
Durante la celebrazione del matrimonio degli anziani Augusto e Angéle, la vita del prete si intreccia, così, con quella del giovanissimo Samir, emigrato dalla Libia in Italia carico di belle speranze ed illusioni; ancora troppo piccolo per comprendere pienamente la malvagità a cui può arrivare un’ideologia portata agli estremi.
Questi i due protagonisti del romanzo: agli antipodi eppure così importanti l’uno per l’altro. Di gran valore anche le altre storie che si intrecciano a quelle principali, alle quali il signor Macaluso riesce a destinare il giusto spazio (l’amore dal sapore d’antico tra Augusto e Angéle; il matrimonio infelice di Agnese ed Umberto Guidoni; il dramma del buon carabiniere Tommaso Surace).

Il libro del signor Macaluso, giornalista e scrittore, è quanto mai attuale. La storia del giovane Samir, unico della famiglia,  in fuga dalla guerra, a scampare alla polizia locale e a trovare un posto in uno dei tanti barconi dei trafficanti senza cuore. L’arrivo in Italia, l’amara realtà, la nostalgia della propria terra e famiglia, la solitudine in una città con milioni di occhi. Dall’altra parte, Padre Girolamo e il mondo della Chiesa, custode di segreti indicibili, ma reali, poiché è pur sempre formato da uomini che non sempre riescono a star dietro a regole arcaiche (immuni da ogni sorta di revisione) o provare quei sentimenti tanto puri e sani, fondamenta del Cristianesimo originario.
Pregiudizi, apparenze, interessi personali, paure, egoismi, illusioni, speranze. Quanto le religioni possano accentuare o addirittura creare divisioni all’interno dell’unica e grandissima comunità umana? Quanto esse possano diventare, nelle menti e nelle mani di persone sbagliate, fiere armi responsabili di azioni e parole oscure, nefaste e immonde. Sarebbe meraviglioso poter ritrovare il più remoto valore della religione: votare la propria vita all’amore nei confronti di chi vive al nostro fianco, durante il nostro breve passaggio qui, sulla terra.
Ve lo consiglio. Complimenti, signor Macaluso.

Federica Vurro

Il Cabalista di Praga di Marek Halter

IMG_20190306_120439

 

«Mio padre dice che sono pazza. Anche nonno rabbi probabilmente lo pensa. Eppure è stato lui a mettere sulla fronte del Golem la parola EMET, Verità. La nostra verità di fronte alla verità dell’altro. Pensavo che tu avresti capito, David Gans. Se c’era uno che poteva capire, eri tu. Ma mi sono sbagliata.»
«Eva!»
Si stava già allontanando in direzione della città. La nebbia inghiottì il mio richiamo e la sua figura.

Ultimi decenni del secolo XIV, Ghetto ebraico di Praga. I due grandi amici, Isaac e Jacob, dopo aver celebrato il Kippur nell’antica Sinagoga cittadina, sanciscono una solenne promessa in presenza di David Gans, neoallievo del Rabbi Loew, il MaHaRal. Entrambi sposati da poco, si scambiano questo lungimirante patto: una volta grandi, i loro due figli (non ancora concepiti) si sarebbero dovuti unire in matrimonio suggellando per sempre la loro amicizia. Passano gli anni e la sorte sembra avvallare le speranze dei due giovani. Nasce, dapprima, Eva, figlia di Jacob e sua moglie Vögele, nipote del MaHaRal e dopo qualche mese Isaia, figlio di Isaac e Rebecca. I due crescono ed Eva si dimostra subito curiosa ed intelligente: peculiarità non affatto adatte ad una donna di quell’epoca. Nonostante questo, suo nonno l’affida agli insegnanti del Rabbi Gans, amante della matematica e delle scoperte scientifiche, colui che saprà capirla e amarla più di chiunque altro. Sicuramente più del suo promesso sposo Isaia, così lontano da lei e dal suo cuore. Questa situazione le è così insopportabile che decide di fuggire con un uomo conosciuto da poco. La fuga di Eva avviene in concomitanza al dilagare di un’epidemia che colpisce duramente Praga, in minor misura il Ghetto. Tant’è che per tale ragione i cristiani accusano gli ebrei di essere i responsabili della sua diffusione. I sentimenti d’odio sopiti, così, si risvegliano e si nutrono di rinnovate ragioni per volere la morte dei loro concittadini ebrei. In questo clima nefasto, Eva, ritornata in città, e David Gans chiedono al MaHaRal di usare la sua profonda conoscenza della Cabala per poter difendere la loro comunità martoriata, attraverso la creazione del Golem.

Questo romanzo storico di Mark Halter approfondisce alcuni temi della religione ebraica: la Cabala (tradizione), il Golem, la vita nei Ghetti, lo Zohar (il libro dello splendore). Il linguaggio utilizzato dall’autore è semplice e poco descrittivo. Mi ha fatto riflettere la concenzione del Tempo che ne emerge: gli anni sembrano fluire lentamente e pochi sono i fatti salienti che costellano l’arco temporale preso in considerazione. Le spedizioni di David Gans durano anche anni.. è tutto così lento. Non so se mi sono spiegata: nei primi decenni dell’eta moderna, non c’era tutta questa furibonda fretta di far tutto, di fare più cose possibili quanto prima, la fretta e la velocità di vivere che oggi ci sembrano indispensabili, all’epoca erano giustamente impensabili e tutto era più a “passo d’uomo”.
Tirando le somme, questo libro si è fatto leggere sì, ma non mi ha convinto né coinvolto. Un po’ impersonale e scarno.. non riesco a comprendere il largo consenso ottenuto.

Federica Vurro