Il Cabalista di Praga di Marek Halter

IMG_20190306_120439

 

«Mio padre dice che sono pazza. Anche nonno rabbi probabilmente lo pensa. Eppure è stato lui a mettere sulla fronte del Golem la parola EMET, Verità. La nostra verità di fronte alla verità dell’altro. Pensavo che tu avresti capito, David Gans. Se c’era uno che poteva capire, eri tu. Ma mi sono sbagliata.»
«Eva!»
Si stava già allontanando in direzione della città. La nebbia inghiottì il mio richiamo e la sua figura.

Ultimi decenni del secolo XIV, Ghetto ebraico di Praga. I due grandi amici, Isaac e Jacob, dopo aver celebrato il Kippur nell’antica Sinagoga cittadina, sanciscono una solenne promessa in presenza di David Gans, neoallievo del Rabbi Loew, il MaHaRal. Entrambi sposati da poco, si scambiano questo lungimirante patto: una volta grandi, i loro due figli (non ancora concepiti) si sarebbero dovuti unire in matrimonio suggellando per sempre la loro amicizia. Passano gli anni e la sorte sembra avvallare le speranze dei due giovani. Nasce, dapprima, Eva, figlia di Jacob e sua moglie Vögele, nipote del MaHaRal e dopo qualche mese Isaia, figlio di Isaac e Rebecca. I due crescono ed Eva si dimostra subito curiosa ed intelligente: peculiarità non affatto adatte ad una donna di quell’epoca. Nonostante questo, suo nonno l’affida agli insegnanti del Rabbi Gans, amante della matematica e delle scoperte scientifiche, colui che saprà capirla e amarla più di chiunque altro. Sicuramente più del suo promesso sposo Isaia, così lontano da lei e dal suo cuore. Questa situazione le è così insopportabile che decide di fuggire con un uomo conosciuto da poco. La fuga di Eva avviene in concomitanza al dilagare di un’epidemia che colpisce duramente Praga, in minor misura il Ghetto. Tant’è che per tale ragione i cristiani accusano gli ebrei di essere i responsabili della sua diffusione. I sentimenti d’odio sopiti, così, si risvegliano e si nutrono di rinnovate ragioni per volere la morte dei loro concittadini ebrei. In questo clima nefasto, Eva, ritornata in città, e David Gans chiedono al MaHaRal di usare la sua profonda conoscenza della Cabala per poter difendere la loro comunità martoriata, attraverso la creazione del Golem.

Questo romanzo storico di Mark Halter approfondisce alcuni temi della religione ebraica: la Cabala (tradizione), il Golem, la vita nei Ghetti, lo Zohar (il libro dello splendore). Il linguaggio utilizzato dall’autore è semplice e poco descrittivo. Mi ha fatto riflettere la concenzione del Tempo che ne emerge: gli anni sembrano fluire lentamente e pochi sono i fatti salienti che costellano l’arco temporale preso in considerazione. Le spedizioni di David Gans durano anche anni.. è tutto così lento. Non so se mi sono spiegata: nei primi decenni dell’eta moderna, non c’era tutta questa furibonda fretta di far tutto, di fare più cose possibili quanto prima, la fretta e la velocità di vivere che oggi ci sembrano indispensabili, all’epoca erano giustamente impensabili e tutto era più a “passo d’uomo”.
Tirando le somme, questo libro si è fatto leggere sì, ma non mi ha convinto né coinvolto. Un po’ impersonale e scarno.. non riesco a comprendere il largo consenso ottenuto.

Federica Vurro

Annunci

Caffè amaro di Simonetta Agnello Hornby

IMG_20190204_123535

《 “Dimenticarci è impossibile! Noi due, Maria, abbiamo un rapporto di anime! Le nostre sono aggrovigliate come una trizza ‘i fimmina!” Giosuè sembrava esasperato. “Meglio di fratelli, siamo!” Più che fratelli! Capisci, Maria? Il nostro è un solo destino!” La guardava cupo.》

L’appuntamento d’affari fra Pietro Sala e l’avvocato Ignazio Marra è fissato presso l’ufficio di quest’ultimo, in quel di Camagni, Sicilia (primi anni del Novecento). Il benestante trentaquattrenne è assolutamente intenzionato ad acquistare la decadente dimora di Fuma Vecchia. Durante le trattative, il suo sguardo cade sulla candida Maria, figlia quindicenne dell’avvocato, nonché cognato di sua sorella Giuseppina, in Tummia. La fanciulla, intenta a ricamare e badare ai fratelli più piccoli, è involontariamente colpevole di lanciare una malìa a quest’uomo che non riesce a toglierle gli occhi di dosso: le sue forme, il suo viso, i suoi capelli, la freschezza tipica della sua età lo stregano e lo conducono celermente a chiederla in sposa. La differenza d’età ma soprattutto quella di status rappresentano un forte elemento a sfavore per la famiglia di lui, contraria a quest’unione. La giovane, infatti, non può portare con sè una dote! Poco importa a Pietro: egli la vuole anche così, “nuda e cruda“. Maria, inizialmente titubante, si convince a sposarlo dopo aver parlato con Giosuè. Giosuè Sacerdoti, di qualche anno più grande di lei, dopo la prematura morte di suo padre (fervente socialista e amico dell’avvocato Marra) è stato accolto da Ignazio e sua moglie Titina e cresciuto come un figlio. Costui, destinato alla Regia Accademia Militare di Modena, è deciso ad onorare le ultime volontà del defunto padre benché senza una partecipe motivazione. Il legame che unisce i due “più che fratelli” è indissolubile: anche se la vita intende dividerli, infatti, loro non possono dimenticarsi, è impossibile.
Il matrimonio con Pietro Sala si rivela una grande opportunità di crescita per Maria che, per amor dei fratelli, ha rinunciato ad avere un’istruzione adeguata e a lavorare. Viaggi, salotti mondani e spettacoli teatrali: il mondo è a portata di mano per la bella signora Sala, sposa contenta di un uomo all’apparenza perfetto. Non è tutto oro ciò che luccica, però. Passano gli anni, ed emergono prepotentemente i difetti del vizioso uomo a cui ha promesso fedeltà e amore e con il quale mette al mondo Anna e poi Vito. La sua famiglia si crea e consolida, ma Maria, ormai donna, incontra dopo anni, a Tripoli, Giosuè, ormai uomo. Da quel Capodanno 2014, per i due cambia tutto.

Il mio rapporto con la signora Agnello Hornby si può definire un Odi et amo. Qualche anno fa, infatti, ho acquistato “Il veleno dell’oleandro” attratta dalla trama (amo la Sicilia in toto). Lette le prime pagine, però, non riuscivo proprio a proseguire e l’ho abbandonato. Che dire, forse non avevo testa.
Anche per Caffè amaro ad attrarmi è stata la trama, ho iniziato a leggerlo e.. mi ha catturato e fatta sua! Lo stile, la storia, i protagonisti, la sicilianità che pervade in ogni pagina! Sono stata catapultata in quegli anni, in quei luoghi, lì con Maria. Una Maria che da ragazza sa accettare con eleganza e saggezza una tazzina di caffè amaro, ma da adulta, dopo gioie e dolori, sa di potersi concedere un po’ di zucchero.
Complimenti, signora (baronessa!) Simonetta.

Federica Vurro

L’Odissea di Achille di Achille Dante

img-20190124-wa0024

<<Le persone parlano,/Ma tra il dire e l’amare/C’è in mezzo il mare/E il vostro brano/E mentre la guarderai/Penserai che è lei,/Perché quando è lei/Tu lo sai.>>

L’ultimo libro dello scrittore Achille Dante è suddiviso in quattro grandi capitoli tematici. Nel primo, “Le canzoni di Apollo”, l’autore espone le sue personali considerazioni sul mondo dell’Arte: dalla poesia (definita dai più ormai vecchia), alla musica, alla pittura e alla scultura, non più radiose come in passato. Da queste sue valutazioni emerge un animo artistico che per molto tempo ha dovuto o voluto nascondere, seppellire sotto parvenze di normalità. E nel secondo capitolo, “Il diario di Ulisse”, infatti, che da spazio ai suoi più intimi sentimenti e pensieri relativi alla sua vita: delusioni, frustrazioni, incomprensioni da parte di coloro che gli sono vicino e che non accettano la sua diversità e le sue scelte. L’esistenza è un susseguirsi di fatti drammatici e disperati che conducono il giovane poeta-pensatore a dipingere con tinte fosche la sua quotidianità. Una fioca luce, però, compare nella terza parte, “La rosa immortale”, dedicata all’Amore e alla giovane amata con le lentiggini e il sorriso più dolce fra tutte. L’Amore è l’unico sentimento capace di trarre in salvo l’autore che rimembra le sere passate al suo fianco con nostalgia e desiderio. Benché la passione nei suoi confronti non sia mutata, anzi sia costante e appassionata, non è purtroppo ricambiata da colei che dimora nel suo cuore. Il quarto ed ultimo capitolo, “Alla Nazione Italiana”, si può definire una vera e propria invettiva allo stato italiano accusato di razzismo, attaccamento alla morale e alla sfera religiosa, di nascondere inganni dietro la pubblica facciata democratica. L’idea di Libertà è solo vagheggiata, ma non emblema del nostro paese. Il libro si chiude con una dedica alla Donna, l’unica meritevole di essere adorata attraverso la Poesia.

L’opera di Achille Dante è densa di cupe emozioni e forti riflessioni ben scritte. Ho apprezzato molto l’alternanza tra poesia e prosa, la prima posta ad introduzione della seconda, ed i numerosi riferimenti alla filosofia, all’arte e alla letteratura classica che stanno ad indicare la grande cultura dell’autore.
La visione dell’Amore come elemento totalizzante mi ha colpito: secondo Achille Dante quando siamo innamorati dovrebbe essere inevitabile domandarci perché anche il resto del mondo non provi la stessa devozione per questa persona che ai nostri occhi appare totalmente perfetta ed irresistibile.

Federica Vurro

Donne che comprano fiori di Vanessa Montfort

img-20190118-wa0126

《Ma tutto passa. Tu lo sapevi meglio di me: il mare non si ferma mai. È sempre in movimento, come la vita. E bisogna essere continuamente pronti a reagire. Sempre all’erta. Sempre in movimento. Lo disse Olivia citando non so chi lo stesso giorno in cui raccontai a quel gruppo di donne che conoscevo a stento la sfida che mi aspettava. Il pessimista si lamenta del vento. L’ottimista aspetta che cambi. Il realista aggiusta le vele. E questo è ciò che farò io. Aggiustare le vele. È la differenza tra continuare a vivere e annegare.》

A Madrid, nel Barrio de las Letras, il luogo dove vissero, così si dice, Cervantes e Lope De Vega, vi è un piccolo negozio di fiori: il Giardino dell’Angelo. Negozio in cui si reca in cerca di lavoro Marina, quarantenne e vedova da pochi mesi. La proprietaria, Olivia, è una donna sulla sessantina dal fascino puro, ma carico di mistero. Marina, annaspando, cerca di stare a galla in questo mare per lei ignoto: dopo molti anni vissuti da perfetta “copilota” si ritrova senza una guida a dover scegliere da sola. Òscar, più grande di lei, l’ha lasciata improvvisamente, colui che ha sempre rappresentato un porto sicuro, quasi una figura paterna a cui affidarsi ciecamente. Il cambiamento, però, bussa prepotentemente alla sua porta.
Olivia è convinta, tra l’altro, che si debba partire anche dall’abbigliamento: per questo si rivolge a Gala (Galatea), ex modella curvy, ora proprietaria di una boutique e dispensatrice floreale. Una bellezza giunonica, un’eleganza innata, una femme fatale come poche, Gala ama la seduzione, gli uomini e le avventure senza un futuro.
Un’altra frequentatrice assidua del negozio è Aurora, la Bella Sofferente dagli occhi grandi e dolci come quelli di Betty Boop. Mattina tassista e pomeriggio pittrice, il suo soggetto preferito sono, per l’appunto, i fiori. Affetta dalla sindrome della Crocerossina, ma soprattutto dal timore che gli uomini possano usarla solo per la sua bellezza senza mai poterla davvero amare.
Da qualche tempo, anche un pezzo grosso della diplomazia, Casandra, si reca al Giardino per far spedire un mazzo di fiori sempre allo stesso indirizzo: quello del suo ufficio! Infine, Victoria, informatica instancabile, mamma e moglie sempre presente, si servirà del linguaggio segreto dei fiori per comunicare i suoi sentimenti a Francisco, archeologo appassionato anch’egli intrappolato in una situazione difficile con una moglie che non ama più.

Cinque donne, apparentemente diverse con storie e personalità lontane, ma accomunate da paure, insicurezze, educazioni maschiliste e stantie. Donne con una gran voglia di farsi valere, di dire la loro e combattere gli stereotipi tradizionali femminili. Di affrontare le innumerevoli sfide della vita, ma anche di poter godere dei piaceri che offre.

Il romanzo della Montfort è arrivato al momento giusto: anch’io come le protagoniste di questo racconto, mi sento invischiata in una situazione melmosa, dalla quale faccio fatica a trarmi in salvo. La felicità, però, è una scelta non un risultato matematico ottenuto addizionando due o più elementi. Da ogni situazione bisogna imparare a trarre un insegnamento, accettando l’inevitabile e tormentata metamorfosi che ci trasformerà in splendide farfalle, finalmente, pronte per volare.

Federica Vurro

Per incontrarsi nel tempo di Mirko Morello G. C.

20181216_110324

《12.
Torna tutto / – senza lenirsi / E sono raffiche di vita infinita / sulla vela issata per esigerti: / vitalità; / guizzo amaranto nei diurni.》

Il poeta Mirko Morello G. C. mi ha gentilmente spedito (come dono natalizio) il suo ultimo libro di poesie: Per incontrarsi nel tempo – Poesie 2006-2018.
I primi dodici gruppi poetici, tratti dalle due precedenti raccolte (Come pietra emersa e Per incontrarsi nel tempo) in questo libro si combinano all’ultimo nucleo poetico: “E il mio amore migrò di labbra e di illusioni”. Quest’ultimo è costituito da venti componimenti datati 2017-2018. Tema predominante è l’amore. Un amore che appare profondamente dolce e sensuale, tenacemente pronto per spiccare il volo. Si rivelerà, però, illusorio, effimero, fugace. Nonostante abbia deciso di migrare altrove, il suo ardente ricordo rimarrà negli occhi e nella mente dell’autore, innamorato della vita e della poesia. Attraverso la Poesia, infatti, Mirko si auspica di stabilire un solidale rapporto con i legge i suoi componimenti, caparbia traccia del suo essere in questo mondo che diffida di amabili versi.

Vi riporto le recensioni relative, rispettivamente, a Come pietra emersa – Poesie 2006-2015 e Per incontrarsi nel tempo – Poesie 2015-2017.

Il luogo adatto per leggere questa piccola antologia poetica sarebbe stato la riva del mare o un rigoglioso bosco verdeggiante… ho dovuto accontentarmi, però, delle verdi pareti della mia camera.
Il volume è costituito da nove raccolte di poesie scritte nell’arco temporale di nove anni (2006-2015). I componimenti, di diversa lunghezza, sono piccoli tesori spazio-temporali… mi spiego: il lessico forbito, i frequenti ricorsi a parole straniere (latine, greche, spagnole, arabe, etc) e i suggestivi ritratti, mi rimandano ad epoche ormai passate e luoghi lontani; a quando ci si poteva ritagliare il tempo per riflettere e per contemplare i frutti stupendi della natura ed i suoi bellissimi anfratti; i suoi doni e le sue voluttà. Tutto è bellezza ed amore, tenerezza e passione. Una passione velata, ma caparbia e primitiva.
Il poeta non dimentica di omaggiare i posti e le persone a lui care con parole colme di gratitudine e devozione.
La lettura di questi componimenti offre una dolce esperienza onirica dalla quale è difficile risvegliarsi.

Questa seconda antologia, relativa al triennio 2015-2017, è costituita da tre brevi raccolte di poesie. Anche se lo stile lessicale del poeta non mi sembra mutato, i suoi sentimenti mi appaiono maturati. Tra le emozioni impresse per sempre tra le pagine di questo libro, prevalgono sentimenti quali l’amore e la passione: un amore più adulto e saldo; una passione più vorace e appagata. Per dipingere con colori vividi tali sensazioni, il poeta prende in prestito, ancora una volta, le tinte naturali dei fiori, dei frutti, del mare e dei fiumi, della vite e del mandorlo, etc.
Leggere queste poesie vuol dire perdersi, viaggiando, tra i ricordi gitani e le immagini amorose dell’autore che aspira a creare un legame con il lettore. Lettore che, attraverso le sue parole, si ritrova a sognare ad occhi aperti qualcuno che scriva per lui, un giorno chissà, un componimento che possa avvicinarsi, anche solo di poco, a quelli contenuti in questa suadente antologia poetica.

Federica Vurro

La casa dei sette ponti di Mauro Corona

20181129_174314.jpg

《Gli autunni portano sempre malinconia, ma in quella valle la malinconia è più forte. Rallenta, attecchisce, s’impiglia nei rami, s’attorciglia ai fusti degli alberi, rimane sospesa per poi calare improvvisa come lo Spirito Santo su coloro che passano di sotto. Gli uomini ne percepiscono la presenza. E allora riflettono, pensano alle loro vite, tirano le somme. Il facoltoso industriale della seta fu preso dalla “malinchetudine”, struggente sensazione di malinconia e solitudine.》

Nella provincia pratese, l’industriale della seta è l’unico uomo d’affari a tener testa alla crescente forza cinese. Costui, da tempo, percorre un’impervia e cupa strada per poter raggiungere i suoi amici d’infanzia nel suo paese natio. Una piccola e dimenticata casetta in pietra con teli colorati al posto dei tetti ha da sempre attirato la sua attenzione, soprattutto per i suoi comignoli fumanti: un ovvio segno di vita. Un giorno, finalmente, spinto da un’irrefrenabile curiosità, si decide a scendere dalla sua auto e ad avanzare all’interno della buia e umile casupola. Presto gli si avvicinano due ometti, esili e umili, con un’espressione dolce sul viso. L’industriale vorrebbe proseguire, ma la coppia lo blocca: per poter visitare il resto della casa, dovrà attraversare a piedi tutti e sette i ponti che circondano la zona. Uscendo dalla casetta, è stranito e pensa che i due vecchietti siano proprio ammattiti. Una forza misteriosa ed irresistibile, però, lo porterà ad intraprendere questa suggestiva avventura. Esplorando i sette ponti (metafora di legami profondi), assisterà ad un susseguirsi di episodi inizialmente inspiegabili e sconosciuti, poi sempre più comprensibili e toccanti.

Il libro scritto dal signor Corona è a tutti gli effetti una favola: è breve; presenta elementi poetici e magici; all’apparenza di semplice comprensione è, in realtà, messaggero di un insegnamento importante. Il racconto ha uno fine ben preciso: capire ciò che davvero conta nell’esistenza umana. Spesso la società odierna, ci costringe a fare delle scelte non sempre giuste, ma necessarie; talvolta siamo noi stessi a maturare idee ed aspettative irreali ed errate. Il tempo è maestro di vita, certo, ma quanto bene ci farebbe cogliere, prima di quanto sia stato stabilito, la vera essenza di questa nostra vita?

Federica Vurro

Conoscere una donna di Amos Oz

IMG-20181205-WA0037

Guarda. Le cose stanno così. È molto semplice. Ho perso il vizio di fare pazzie. Ti ricordi, Neta, cosa ti diceva Vitkin quando veniva da noi di sera a suonare la chitarra? Diceva: sono venuto a cercare dei segni di vita. Anch’io sono arrivato a questo punto. È quello che sto cercando adesso. Ma non c’è niente che bruci. Domani è un altro giorno. Mi va di starmene in casa senza fare nulla ancora per qualche mese. O qualche anno. O per sempre. Finché non riuscirò ad afferrare come vanno le cose. O cos’è che esiste davvero. O finché non mi convincerò personalmente, per esperienza diretta, che non c’è niente da capire. Aspettiamo. Si vedrà.》

Seconda metà degli anni Ottanta, Israele. Yoel Ravid (o Raviv) è un agente dei servizi segreti nazionali che decide di lasciare la sua casa a Gerusalemme a causa della morte accidentale di sua moglie Ivria: un piovoso giorno di febbraio, infatti, mentre lui si trovava ad Helsinki per lavoro, un cavo vagante della corrente elettrica ha causato la sua morte e quella del loro vicino di casa Vitkin, un musicista. A condividere con lui il nuovo appartamento in affitto a Tel-Aviv, ci sono sua figlia adolescente Neta, sua madre Lisa e sua suocera Avigail. I mesi successivi alla scomparsa di Ivria sono densi di richiami al passato. Il rapporto con sua moglie non era perfetto, nonostante il sincero affetto che li legava. Molti sono i dubbi e le riflessioni che si pone: come fosse fatta davvero la sua consorte; la vera natura del suo rapporto con Vitkin; le sue idee sull’educazione e sulla salute di Neta, affetta clinicamente da epilessia. Neta, riservata e poco femminile, dall’altra parte, rimane sempre persa nei suoi pensieri e nel suo mondo. Anche Lisa e Avigail sono figure femminili da capire e scoprire. Il suo nuovo stato lo porta a prendere una drastica decisione: lasciare il lavoro per avere più tempo per sé e per sua figlia. Nonostante i suoi sforzi per ritornare alla normalità e per essere un buon padre, sembra che ogni decisione che prenda sia fonte di errori.

Il romanzo è tutto pervaso da un senso di mistero ed inquietudine, di solitudine spirituale e di cambiamento. Nonostante lo stile indiscutibile dell’autore e alcuni periodi interessanti (come la descrizione fisica e caratteriale sia di Ivria che di Neta), il romanzo non mi ha davvero coinvolto, o meglio nessun rapporto empatico si è creato con Yoel e la sua famiglia. Peccato.

Federica Vurro